Teoria dei Giochi. Il Dilemma del Prigioniero nella nostra Professione
Il dilemma del prigioniero, noto anche come paradosso, racchiude un principio molto importante che possiamo tenere a mente per migliorare i rapporti con i nostri clienti.
Non so se ti è mai capitato di sentire il dilemma del prigioniero.
Si tratta di un particolare dilemma, ideato negli anni 50 da Albert Tucker, che porta a delle riflessioni sulla possibilità o non possibilità di puntare al bene comune o al bene privato, in determinate situazioni.
Andiamo per ordine e partiamo dal dilemma.
Dilemma del Prigioniero

Due criminali effettuano una rapina.
Vengono arrestati, chiusi in due celle differenti e da quel momento in poi, i due criminali, non hanno più l’opportunità di comunicare tra loro.
I due vengono interrogati, separatamente l’uno dall’altro, e ad entrambi viene data l’opportunità di collaborare o non collaborare.
Entrambi si trovano di fronte a questa opportunità:
- se uno dei due collabora accusando l’altro, gli viene scontata la pena, e all’altro criminale vengono dati 7 anni di carcere
- se entrambi collaborano e accusano l’altro, però, vengono condannati entrambi a 6 anni di carcere
- se nessuno dei due decide di collaborare, quindi non accusa l’altro, vengono comunque condannati entrambi ad 1 anno di carcere.
Il dilemma viene rappresentato graficamente in una matrice delle scelte specifiche: collabora o non collabora, dove all’interno delle celle vengono indicati gli anni di carcere

Ora hai capito dove sta il dilemma?
Sta nel fatto che, ognuno dei due criminali è portato, per il proprio bene, ad accusare l’altro (quindi a collaborare con la giustizia, sperando che l’altro non collabori).
Ma non sapendo cosa farà l’altro, è molto probabile che, avendo ragionato anch’egli per il proprio bene, entrambi si troveranno con 6 anni di carcere.
Di contro, se uno dei due pensa di non accusare l’altro, è molto probabile che si beccherà tutta la pena di 7 anni, mentre il proprio complice sarà scarcerato (avendo scelto il proprio bene al bene comune).
La scelta migliore da prendere, per entrambi, dovrebbe essere quella di non collaborare con la giustizia (ma di rimanere fedeli tra di loro) in modo da avere entrambi una pena breve da scontare in modo paritario (1 anno per entrambi).
Eppure, secondo la teoria dei giochi, il dilemma del prigioniero si chiude e si chiuderà sempre con l’anteposizione del proprio bene al bene comune, con l’esito che entrambi i criminali sconteranno una pena di 6 anni per ciascuno.
Dilemma del Prigioniero … e nella nostra professione?

Bene, ora che vi ho raccontato la bella novella sui due manigoldi, che lezione ci portiamo a casa?
Primo caso tipo: due contendenti e un arbitro (noi)
Mi vengono in mente quelle situazioni che capitano nel mondo dell’edilizia, dove noi siamo chiamati ad essere gli arbitri (direttore dei lavori) tra due potenziali contendenti (committente e impresa).
Abbiamo un grande vantaggio, però, rispetto ai malviventi della paradosso del prigioniero: noi siamo in grado di parlare con entrambi gli attori coinvolti e possiamo farli ragionare e spiegare loro che la collaborazione tra le parti è sempre la soluzione che porta al male minore per tutti.
Spesso, infatti, ognuno di loro sarà portato a ragionare in modo molto egoistico, e a rischiare tutto pur di non accettare una piccola perdita; quando dalla teoria dei giochi e dal dilemma del prigioniero sappiamo che l’unico modo sensato di chiudere una posizione di contrapposizione non è quella di ragionare per il bene proprio, ma per il bene comune.
Ecco che ci troveremo persone che sfoggiano “MioCuGGinoFal’Avvocato!!11!” (sì, gli 1 dopo i punti esclamativi sono voluti) senza ragionare su quella che può essere l’unica soluzione sensata e razionale possibile: evitare di scontrarsi ed evitare di essere egoisti.
Secondo caso tipo: due contendenti e nessun arbitro
Esistono anche delle altre situazioni, dove saremo noi in potenziale contrapposizione con un antagonista, e ci troveremo a scegliere tra il nostro bene e il bene comune.
Purtroppo per questi casi non c’è una risposta seria e definitiva.
Il motivo?
Che rispetto alla teoria esposta del dilemma del prigioniero, entrano in campo tutta una serie di fattori che non sono a sistema.
Come la nostra personalità, la personalità delle controparte.
I consigli più o meno giusti, e più o meno interessati dei consulenti delle parti.
L’emotività: non tutti reagiscono allo stesso modo alle varie situazioni. E quello che per voi può essere la normale evoluzione di un contenzioso, per l’altro potrebbe essere un affronto personale e una mancanza di rispetto.
O viceversa.
Magari la controparte è abituata a gestire già dalla fase iniziale di un diverbio con la lettera dell’avvocato mentre voi siete abituati a trovare una soluzione anche solo con una telefonata.
Ecco che il disallineamento di comportamenti e temperamenti porta a non avere sempre una soluzione razionale e corretta ad un potenziale dilemma del prigioniero.
Il consiglio smart che mi sento di darvi è: non fatene mai una questione di principio.
Con il principio non si va da nessuna parte.
Fatene una questione pratica: la risoluzione di un problema nel minor tempo possibile, che spesso è la più grande variabile che nessuno ci restituirà mai indietro.
Daniel San!

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